Museo del vino e dei cavatappi in Villa Mazzucchelli, Ciliverghe di Mazzano, Brescia

Il Museo del Vino e del Cavatappi, ospitato negli ambienti della barchessa occidentale di Villa Mazzucchelli, si estende su tre piani, di cui uno interrato, che corrispondono ad altrettanti settori:
– coltura della vite
– vinificazione
– degustazione e consumo del vino
Nel locale interrato, dedicato alla Coltura della vite, sono riuniti alcuni strumenti specifici del vignaiolo, dai falcetti ai diversi torchi per la pressatura.
La sezione al piano terra, dedicata alla Vinificazione, ospita attrezzi per il prelievo di campioni, insieme a densimetri e termometri con cui si valutava il decorso e la regolarità della fermentazione, soffietti e pompe per il travaso del vino nelle botti e filtri per il illimpidimento dei vini. La collezione comprende tutta una serie di strumenti per l’analisi della qualità del prodotto come vinometri, bagnomaria, ebulliometri e distillatori, tra i quali ricordiamo un distillatore in rame del settecento con cui si otteneva il brandy.
Al primo piano, nella sezione dedicata alla Degustazione e consumo del vino, ci addentriamo in una delle più eclettiche e vaste collezioni mondiali di cavatappi d’epoca. La varietà è davvero sorprendente, ce ne sono di tutte le provenienze e forme: da quelli inglesi, sofisticati, a quelli di origine francese per continuare con gli italiani e i tedeschi.

 
PIANO INTERRATO: COLTURA DELLA VITE

La produzione del vino
La storia del vino ha inizio nei filari con la coltivazione della vite, infatti dal tipo di potatura e dal numero di piante dipende la qualità e la quantità dell’uva e del vino, poiché le varie tecniche modificano l’ecosistema viticolo.
La grande varietà di vitigni, di forme di allevamento, di tecniche di vinificazione ed affinamento, testimoniano il paziente lavoro di millenni intorno alla vite.
Oggi la coltivazione viene predisposta per la potatura e la vendemmia meccaniche, mentre in passato tutto avveniva manualmente, con l’ausilio di vari strumenti: dal falcetto, alle forbici, dai torchi alle gerle per il trasporto.
La forma di allevamento della vite è espressione della storia enologica di un territorio, di come i viticoltori hanno modellato la vite per farla produrre al meglio in quell’ambiente, secondo le loro esigenze.
Strettamente legato alla coltivazione è lo studio delle diverse malattie che hanno colpito i vigneti e le relative cure, somministrate direttamente sulla parte aerea della vite, tramite soffietti, o iniettate nel terreno in prossimità delle radici. Le malattie più comuni sono la fillossera, la peronospora e l’oidio.
Alla coltivazione segue il momento della vendemmia e della pigiatura, un tempo eseguita con torchi ad azione umana o animale, oggi meccanizzata, e della collocazione del mosto in grandi tini dove avviene la fermentazione alcolica, momento particolarmente delicato. L’uomo ha scoperto infatti il modo di bloccare la fermentazione del mosto prima che si trasformi in aceto. Durante la fermentazione la maggior parte degli zuccheri (glucosio e fruttosio) presenti nel succo degli acini pigiati si trasforma in alcol etilico e in anidride carbonica.
Il mosto viene poi filtrato e separato dalle vinacce per ottenere vini bianchi; se invece viene fatto fermentare macerando insieme a bucce, semi e raspi, assorbe oli, tannini, sali minerali e sostanze coloranti, e si ottengono vini rossi. Il liquido così ottenuto viene posto in botti, dove inizia il periodo dell’invecchiamento.
Anche in Italia si è diffusa negli ultimi anni la pratica di fare passare al vino un periodo di tempo più o meno lungo in barriques, cioè in piccole botti di rovere da 225 litri che, permettendo un maggior contatto del legno con il liquido contenuto, ne arricchiscono il bouquet cedendo aroma e regalando armoniose sfumature di sapore.

 

PIANO TERRA: VINIFICAZIONE

Dalla produzione alla degustazione
Una volta prodotto, filtrato e distillato, il vino deve essere poi analizzato, per controllarne le qualità. L’alzavino, in vetro o argento, consente di prelevare la quantità di vino necessaria dalla botte per procedere all’analisi con vari strumenti: densimetri, ebulliometri, microscopi e distillatori. In questo modo si misura il grado alcolico del vino e se necessario si procede alla sua correzione.
Il momento del consumo del vino è strettamente legato alla sua degustazione in appositi bicchieri, che mutano forma e dimensione in base alla tipologia della bevanda. La natura del bicchiere, la sua forma, la sua grandezza, influiscono profondamente sulle sensazioni che il vino può produrre: un vino di classe non può esprimere le sue qualità in un bicchiere comune, ma necessita di un vetro trasparente non colorato, dalle pareti lisce e dal bordo sottile.
Per il vino bianco è preferibile un calice a gambo lungo, per evitare il contatto tra coppa e mano che altera la temperatura e trasmette odori. Al contrario per vini rossi e corposi il calore della mano può aiutare a liberare gli aromi. Il vino con alto tenore di acidità va bevuto in un calice largo alla base e stretto alla sommità. La flût è il bicchiere ideale per champagne e spumanti, la forma stretta e slanciata avvolge ed evidenzia le bollicine, fini e persistenti se lo spumante è di alta qualità. Se il vino spumante è dolce però può essere sostituita dalla coppa. C’è poi il bicchiere da conversazione, per whisky o amaro, privo di stelo, indicato anche per contenere ghiaccio e il bicchiere da cognac o distillati di frutta, dalla forma larga e panciuta che consente agli aromi di espandersi.
Il bicchiere può diventare un oggetto bello e raffinato ma resta comunque lo strumento fondamentale che ci mette a contatto con il vino. Nulla può valorizzare un ottimo vino meglio della purezza e limpidezza di un sottile cristallo.

 

PRIMO PIANO: DEGUSTAZIONE E CONSUMO DEL VINO

Le Origini del Cavatappi
Le origini di questo strumento sono direttamente connesse con l’invenzione della bottiglia e la necessità di chiuderla ermeticamente con tappi di sughero.
La bottiglia di vetro utilizzata per la conservazione, il trasporto e la commercializzazione di sostanze liquide è comparsa per la prima volta in Inghilterra nella seconda metà del XVII secolo, era prevalentemente usata per la birra e il sidro; negli altri paesi europei permaneva l’abitudine di conservare queste bevande al fresco e al buio delle cantine, in botti o altri recipienti, da cui si prelevava il fabbisogno giornaliero con brocche di terracotta.
La bottiglia, capace di difendere il suo contenuto dagli agenti atmosferici, doveva essere chiusa in modo adeguato e il materiale, le cui caratteristiche meglio si adattavano all’uso, era il sughero, già usato per sigillare anfore e altri recipienti di terracotta: era infatti insipido, inodore, elastico, isolante e manteneva le sue caratteristiche inalterate nel tempo.
Trovato il sistema di tappare ermeticamente la bottiglia, emerse subito il problema di estrarre il tappo in modo rapido ed efficace. Tra le vari ipotesi sembra che il cavatappi sia stato inventato prendendo spunto da un particolare strumento all’epoca molto usato: una verga in ferro, appuntita e attorcigliata, che serviva a rimuovere le pallottole dalle armi ad avancarica. La paternità di questa invenzione verrebbe attribuita agli inglesi, i quali essendo favoriti da una legislazione che permetteva di brevettare le loro invenzioni, alla fine del Settecento acquistarono la leadership nella progettazione e costruzione di cavatappi. Trasformare perciò lo strumento per arma da fuoco in cavatappi, fu relativamente semplice e nel 1795, viene rilasciato il primo brevetto per un cavatappi al reverendo Samuel Henshall. Bisogna aspettare il 1828 per il primo brevetto francese e il 1877 per quello tedesco; in Italia l’Ufficio Brevetti esiste solo dal 1864 e la prima testimonianza di cavatappi la si ha nel 1870.
Nasce la ricerca del cavatappi ideale, che porta all’invenzione di strumenti di diversa tipologia: semplice, a una leva, a doppia leva o leve multiple, il sistema a concertina, il sistema a vite…Il manico del cavatappi semplice fu poi arricchito di vari accessori, tra i quali lo spazzolino per spolverare il collo della bottiglia, una lama ricurva o falcetto per tagliare i fili che trattenevano il tappo delle bevande effervescenti, come lo Champagne, la birra e il sidro.
L’uso del cavatappi si estende all’apertura di flaconi di medicinali, sali e profumi, diventando strumento indispensabile per le signore.
Il secolo d’oro del cavatappi fu l’Ottocento, sia per la sua diffusione, che per le continue innovazioni tecniche per ridurre la fatica nell’operazione di estrazione del tappo.

 

 

Museo del Vino e dei Cavatappi
Via G. Mazzucchelli, 2
Ciliverghe di Mazzano, BS 25080
Italy
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